L’altra America di Bob Dylan

Post di Luca Motto

Il premio Nobel per la letteratura 2016 è stato assegnato a Bob Dylan dal Comitato di Stoccolma con la seguente motivazione: «Ha creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana».

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Credits : Sony EMG Music Entertainment

Nessuna dichiarazione da parte sua è seguita. Sarà presente alla cerimonia di premiazione il 10 dicembre prossimo, oppure farà come Jean-Paul Sartre che nel 1964 rifiutò l’onorificenza?

Classe 1941, Bob Dylan il menestrello di Duluth nel Minnesota ha incantato molte generazioni con la sua pura poesia in musica. Numerosi sono stati i riconoscimenti a lui tributati tra cui il Grammy Award alla carriera nel 1991, il Premio Oscar nel 2001, il Premio Pulitzer nel 2008, la National Medal of Arts nel 2009 e la Presidential Medal of Freedom nel 2012.

Questo articolo vuole analizzare più da vicino la poetica innovativa di quel nucleo primigenio di canzoni dylaniane, socialmente impegnate, che hanno cambiato in modo indelebile la storia della musica tradizionale statunitense.

Siamo alla fine degli anni Cinquanta in un’America in fermento: l’attivismo politico si manifestava con la battaglia per i Diritti Civili degli afroamericani guidata da Martin Luther King, attraverso le marce per la pace che invocavano il termine della guerra nel Vietnam e con la campagna del disarmo nucleare. Parte importante era anche l’attenzione rivolta ai problemi ecologici: sempre più chiaro si manifestava l’eccidio del pianeta.

In campo musicale è il folk revival, la rinascita della musica folk, a rappresentare l’alternativa anticommerciale dell’american dream e della vacuità consumistica offerta dalla società di massa. Fu una riscoperta del patrimonio culturale popolare degli Stati Uniti unito alle ballate inglesi e scozzesi della fine dell’Ottocento a tematica intimista e spesso tragica.

Pur manifestando un’avversione latente al sistema, non si trattava ancora di brani di rivolta o di protesta che verranno esplicitati pochi anni dopo. I luoghi dove ascoltare il folk erano le coffee house, locali cupi dall’atmosfera e decadente ritrovo di giovani bohémien e beat che leggevano Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Il folk revival fu portato avanti agli inizi principalmente da Pete Seeger e Woody Guthrie e dalla generazione successiva con Joan Baez, Peter Paul and Mary, Phil Ochs, ecc..

Il vero rivoluzionario però sarà Bob Dylan, che pur ispirandosi a folksingers come Odetta e Woody Guthrie, con le sue canzoni di protesta, modernizzerà il folk americano tradizionale facendolo portatore di temi attuali e pressanti.

Dirà di lui Joan Baez, icona del folk e attivista per i diritti civili: «Bobby esprime ciò che io e molti altri giovani sentiamo, ciò che vogliamo dire. Di solito le canzoni di protesta contro la bomba e contro il pregiudizio razziale e contro il conformismo sono stupide, prive di bellezza. Ma le canzoni di Bobby sono forti come poesia e forti come musica. E, Dio mio, come sa cantare!».

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Baez e Dylan nel 1963 (Credits : Rowland Scherman/ National Archive/ Newsmakers, via Getty)

Una delle tematiche più ricorrenti nei primi dischi di Dylan è l’antimilitarismo, ne è un esempio l’utopistica ma potente Blowing in the wind (1963). Attacchi feroci ai signori della guerra sono esplicitati in canzoni come Masters of war (1963):

You fasten the triggers/ For the others to fire/ Then you set back and watch/ When the death/ count gets higher/ You hide in your mansion/ As young people’s blood/Flows out of their bodies/ And is buried in the mud (Voi caricate le armi/ che altri dovranno sparare/ e poi voi state seduti a guardare/ mentre il conto dei morti sale/ voi vi nascondete nei vostri palazzi/ mentre il sangue dei giovani/ scorre dai loro corpi/ e viene sepolto nel fango).

With God on Our Side (1964) descrive invece in maniera nitida e scomoda i massacri compiuti in ogni tempo nel nome di quel Dio che giustifica ogni abominio. La strofa finale recita:

So now as I’m leavin’/ I’m weary as Hell/ The confusion I’m feelin’/ Ain’t no tongue can tell/ The words fill my head/ And fall to the floor/ If God’s on our side/ He’ll stop the next war (E adesso devo lasciarvi/ ho una stanchezza infernale/ La confusione che provo/ non può essere descritta in alcuna lingua/ Le parole mi riempiono la testa/ e cadono sul pavimento/ Se Dio è dalla nostra parte/ fermerà la prossima guerra).

Con la complessa e stupenda A Hard Rain’s A-Gonna Fall (1964) il ventunenne Bob Dylan delinea la visone di una società post-apocalittica annientata dallo scoppio di un’ipotetica terza guerra mondiale con il riferimento ad una pioggia nucleare distruttrice. Sono immagini forti che colpiscono allo stomaco:

[…] I saw a black branch/ with blood that kept drippin’,/ saw a room full of men/ with their hammers a-bleedin’,/ I saw a white ladder/ all covered with water,/ I saw ten thousand talkers/whose tongues were all broken,/ I saw guns and sharp swords/in the hands of young children,/ And it’s a hard, and it’s a hard,/ it’s a hard, it’s a  and it’s a hard rain’s a-gonna fall. ([…]Ho visto un ramo nero/ grondante di sangue,/ ho visto una stanza piena di uomini/ con i loro martelli sanguinanti,/ ho visto una scala bianca/ tutta coperta d’acqua,/ ho visto diecimila oratori/con le lingue rotte,/ ho visto pistole e spade affilate/ nelle mani di bambini piccoli/ E una dura, dura / dura pioggia cadrà).

Il cantautore non risparmia neppure una critica a quel perbenismo americano che ha già gettato la maschera in film come: Da qui all’eternità (1952), Gioventù bruciata (1955), L’uomo dal braccio d’oro (1955), I peccatori di Peyton (1957). Una società non più modello intoccabile ma colma di corruzione, vizi e ribollente di cambiamento e anticonformismo, viene messa in discussione da canzoni come The Times They Are a-Changin’(1964):

Come mothers and fathers/ Throughout the land/And don’t criticize/ What you can’t understand/ Your sons and/ your daughters/ Are beyond your command/ Your old road is/ Rapidly agin’./ Please get out of the new one/ If you can’t lend your hand/ For the times they are a-changin’. (Venite madri e padri/ da ogni parte del Paese/ e non criticate/ quello che non potete capire/ i vostri figli e le vostre figlie/ sono al di fuori del vostro controllo/ la vostra vecchia strada/ sta rapidamente invecchiando./ Per favore andate via dalla nuova/ se non potete dare una mano/ perché i tempi stanno cambiando).

Anche l’amore romantico stile melò in cui Deborah Kerr e Cary Grant nello strappalacrime Un amore splendido (1957) si giurano amore eterno, dopo vicissitudini che li hanno tenuti lontani, non è più il modello a cui aspirare. Si veda il tono irriverente di It Ain’t Me Babe (1964):

Go lightly from the ledge, babe,/ Go lightly on the ground./ I’m not the one you want, babe,/ I will only let you down./ You say you’re lookin’ for someone/ Who will promise never to part,/ Someone to close his eyes for you,/ Someone to close his heart,/ Someone who will die for you an’ more,/ But it ain’t me, babe,/ No, no, no, it ain’t me, babe,/ It ain’t me you’re lookin’ for, babe.(Allontanati dolcemente dal davanzale, bambina,/ scendi dolcemente a terra./Non sono quello che vuoi, bambina,/ io ti deluderò soltanto./ Dici di stare cercando qualcuno/ Che prometta di non lasciarti mai,/ qualcuno che chiuda i suoi occhi per te,/ qualcuno che chiuda il suo cuore,/ qualcuno che muoia per te ed anche di più,/ ma non sono io, bambina,/ No, no, no non sono io, bambina,/ non sono io, quello che cerchi, bambina).

Molti altri capolavori ha composto l’unwashed phenomenon (così è descritto scherzosamente da Joan Baez nella canzone Diamonds and Rust dedicata a Dylan), ma queste poche strofe citate racchiudono un po’ di quell’assoluto genio che ha contraddistinto i cinquant’anni di carriera del ragazzino di provincia dalla voce nasale che nel 1963 cantò di fronte a un  pubblico di duecento mila persone accorso per la Marcia su Washington dove Martin Luther King pronunciò il famosissimo discorso “I have a dream”.

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Una selezione di libri dalle Biblioteche Civiche Torinesi!

Se l’articolo vi ha incuriosito ecco alcuni spunti di approfondimento:

Libri

Bob Dylan, Tarantula, Feltrinelli (opera sperimentale di Dylan che raccoglie versi, apologhi, parabole, giochi di parole e nonsense)

Bob Dylan, Chronicles, Feltrinelli (l’autobiografia di Dylan e il ritratto di un’America ormai scomparsa)

Giovanni A. Cerutti (a cura di), Bob Dylan, Play a song for me, Interlinea Edizioni (le testimonianze di Fabrizio de Andrè, Francesco Guccini, Stefano Benni, Fernanda Pivano, Bruce Springsteen, Joan Baez, Jack Nicholson, Richard Gere, ecc..)

Film e documentari

I’m Not There (Io non sono qui) di Todd Haynes (film del 2007 ispirato alla vita di Dylan)

No Direction Home: Bob Dylan di Martin Scorsese (film documentario del 2005 che ripercorre la vita Dylan fino al 1966 e il suo impatto sulla musica e sulla cultura americana)

Inside Llewyn Davis (A proposito di Davis) di Joel e Ethan Coen (film del 2013 dei fratelli Coen che descrive la scena folk del Greenwich Village newyorchese)

Dischi

Bob Dylan,  1962, Columbia Records

The Freewheelin’ Bob Dylan, 1963, Columbia Records

The Times They Are a-Changin’, 1964, Columbia Records

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2 pensieri su “L’altra America di Bob Dylan

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